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    Vol. XVII, No. 30 19 dicembre 2013

    Padre Generale

     

    Lettera a tutta la Compagnia

     IN OCCASIONE DELLA CANONIZZAZIONE DI PIETRO FABRO S.J.

     

    Cari Fratelli e amici nel Signore,

     

    Con profonda gioia mi rivolgo a tutta la Compagnia il giorno in cui Papa Francesco proclama santo Pietro Fabro, "il compagno silenzioso" della prima generazione di gesuiti. In questo giorno che coincide anche con il suo compleanno, il Santo Padre ha voluto fare alla Chiesa universale un regalo per lui molto significativo e prezioso.

     

    La canonizzazione di Pietro Fabro coincide con un altro grande evento del nostro tempo / kairós jesuítico: il Bicentenario della Ricostituzione della Compagnia (1814). Non c'è dubbio che il nostro caro confratello savoiardo possa essere di stimolo e vigore per una ricostituzione dinamica, personale e comunitaria, mai terminata, della nostra vita di gesuiti, sempre pellegrina, e che con questa fede trasparente e spontanea, quasi da bambino che Fabro mostrava, ci aiuti a rimanere, "compagni nella Sua Compagnia", ignazianamente convinti che "è Lui che opera in noi e per il quale agiscono tutte le cose e in Lui tutte sussistono" (Memoriale, 245).

     

    "Benedici il Signore anima mia e non dimenticare i suoi benefici".  L'inizio del salmo 102 è il versetto scelto da Pietro Fabro nel suo Memoriale per aprire la porta del suo cuore. In poche e profonde parole riassume il suo approccio alla vita e a Dio: benedizione, memoria e gratitudine.

     

    Forse la dimensione umana e religiosa come anche le grandi imprese di altri suoi confratelli (Ignazio, Saverio, Lainez, Borgia o Canisio) hanno prodotto una certa nebbia e anche un rispettoso oblio attorno alla persona e all'opera di Fabro; oggi riconosciamo nella sua vita e nella sua eredità un modo di agire chiaramente ignaziano e profondamente radicato nella persona di nostro Signore; Fabro fu un compagno di Gesù.

     

    Era il 1 agosto del 1546 quando a Roma spirava ad appena quarant'anni di età. Pochi giorni prima, proveniente da Coimbra, Fabro era giunto nella Città Eterna sfinito da un lungo e faticoso viaggio. Dopo Juan Coduri, morto nell'agosto del 1541, Fabro era il secondo dei compagni di Parigi che raggiungeva la casa del Padre. I suoi amici Laínez, Salmerón e Jayo lo attendevano ancora con la speranza di vederlo a Trento; ma già la voce si diffondeva per l'Europa: "Il Maestro Fabro è partito per un Concilio migliore, perché ha lasciato questa vita il primo di agosto" (Monumenta Lainii I, 52).

     

    Cosa continua ad insegnarci "Maestro Fabro" quasi quattrocentosettanta anni dopo la sua morte, in questo modo così personale di una pedagogia a bassa voce? E noi cosa possiamo imparare se "apriamo il cuore e lasciamo che Cristo ne occupi il centro" (Memoriale, 68)?

     

    La Provvidenza volle che alla fine di settembre del 1529, al terzo piano del collegio di Santa Barbara, si ritrovassero come studenti tre giovani universitari: Pietro Fabro, Francesco Saverio e Ignazio di Loyola. Dopo cinque anni di università e di vita condivisa, l'Eucaristia di Montmartre del 15 agosto del 1534, presieduta da Fabro, fissava gli occhi e i cuori di quei primi sette "amici nel Signore" sullo stesso desiderio: Gerusalemme. Era l'inizio di un progetto allora inaspettato, la Compagnia di Gesù, giunto con vitalità e stupore fino ai nostri giorni.

     

    Ignazio nel partire per la sua nativa Azpeitia (marzo 1535) lasciava "Maestro Fabro come nostro fratello maggiore" (Lainez a Polanco, FN I, 104) a prendersi cura della salute e della crescita del gruppo. Che tipo di leadership esercitò a quel tempo Pietro Fabro? Grazie alle sue cure e alla sua amicizia quella "minima compagnia" non smise di crescere in numero e in virtù e così, attraverso la conversazione spirituale e gli esercizi prima vi si unirono Claudio Jayo, Juan Coduri e Pascasio Broët; più tardi arrivarono Francesco Borgia e Pietro Canisio; il fuoco che già ardeva nel suo cuore iniziava ad accendere altri fuochi. In Fabro riconosciamo il fratello che si prese cura e vegliò sulla "unione degli animi", la conservazione e l'incremento del corpo, la costruzione della sua amata "Compagnia di Gesù" per la quale desiderava continuamente "una nascita in buon augurio di santità e giustizia" (Memoriale, 196).

     

     Simón Rodríguez al termine della sua vita, nel 1577, ricordava Pietro Fabro trentuno anni dopo la sua morte: "Ha avuto la più incantevole soavità e grazia che mai ho visto nella mia vita per trattare e conversare con le persone [...] con la sua benevolenza e dolcezza conduceva a Dio i cuori di coloro con i quali entrava in contatto". Fabro è per noi Maestro di retorica del divino, colui che "da qualunque cosa e senza turbare nessuno traeva occasione di conversare e parlare di Dio" (Monumenta Broetii, 453). All'inizio del 1534, fece con Ignazio gli esercizi spirituali nei pressi di Saint Jacques (Parigi). Da allora Fabro penetrò come nessun altro nella conoscenza interiore di questo metodo di colloquio tra il Creatore e la creatura in modo così delicato da poterlo poi condividere con gli altri. Ignazio diceva di lui che "era al primo posto per dare gli esercizi" (Luis G. de Câmera, Memorial, FN I, 658). In Fabro riconosciamo l'uomo del carisma ignaziano, modellato dal metodo degli esercizi, disposto a cercare e trovare Dio in tutte le cose e sempre creativo quando si trattava di "dare senso e ordine" di preghiera a persone così diverse nelle più diverse situazioni.

     

    La sua conversazione spirituale portava frutto perché scaturiva da una vita interiore piena della presenza di Dio. Nell'approfondire la sua conoscenza scopriamo il mistico nella storia e nel mondo, radicato nel tempo ma che vive secondo il dono ricevuto che sempre e in tutto "scende dall'alto" (EE.SS. 237). Qualunque occasione, luogo e momento è per Fabro una possibilità di incontro con Dio. "Maestro Fabro" è, prima di tutto e senza volerlo, un Maestro di preghiera. Fa scaturire la sua amicizia con Gesù dai misteri della Vita di Cristo, "lezioni dello Spirito" per la sua vocazione e cristificazione, che contempla con devozione e su cui sa "riflettere per trarne vantaggio". Fabro prega in colloquio costante con Gesù e Maria, con gli angeli e i santi, i martiri e i suoi "santi personali" tra i quali annovera il suo grande mentore e maestro d'infanzia Pedro Veillardo, che considera un santo. Prega con gli elementi della natura o il trascorrere delle stagioni, prega nelle difficoltà, nella malattia. Prega per la Chiesa, il Papa, la Compagnia; per gli eretici e gli oppressori. Prega con il corpo e con i sensi. E' il credente della preghiera continua, di una vita abitata dal Mistero, convinto che Dio ha fatto di lui un edificio sacro, e con il quale rimane in costante dialogo.

     

    Forse con questo spirito radicato e fondato su Cristo trovava senso la sua attività apostolica tanto varia e feconda: catechismo ai bambini, predicazione a corte, colloqui in Germania, fondazioni di collegi in Spagna (Alcalá, Valladolid) e Germania, lezioni di teologia a Roma. Fabro si dedicò a sentire e gustare quello che più tardi un altro suo compagno definirà "contemplativo nell' azione".

     

    Tra queste "azioni" Fabro si segnalò come Maestro di riconciliazione. Ignazio conosceva le sue straordinarie doti nell'arte del conversare e non esitò a inviarlo al centro di un'Europa in pieno conflitto. Fu uno degli esempi più significativi di questo ministero al quale si dedicarono generosamente i primi gesuiti: "Riconciliare [pacificare] i discordi" (Formula dell'Instituto, 1550,1). In pieno accordo con lo spirito della nostra ultima Congregazione Generale, Fabro lavorò intensamente per mantenere l'unità e costruire la pace in un'Europa irrigidita dal punto di vista teologico e costretta ad affrontare questioni religiose e conflitti politico-ecclesiali: Worms (1540) o Ratisbona (1541) furono alcuni degli scenari nei quali Fabro operò in cerca di un'intesa e di una concordia che vedeva con dolore sempre più lontane. E Fabro integrava con naturalezza pietas et eruditio, un fondamento teologico profondo in una forma spirituale saggia e discreta che gli permetteva di esprimere il gesto più appropriato o "dire la parola più opportuna". Aveva in sé uno dei principi basilari degli Esercizi: "Impegnarsi per salvare l'affermazione del prossimo" (EE.SS., 22): "Chi vuole essere di aiuto agli eretici di questo tempo deve essere molto caritatevole con loro e amarli per davvero" comunicando "con loro familiarmente" (Monumenta Fabri, 399-402). L'atteggiamento di Fabro rispecchia, fin dalle nostre origini, la nostra vocazione contemporanea di presenza alle frontiere e di ponti di riconciliazione.

     

    Seguendo la scia e l'esempio del suo caro compagno di Parigi, Fabro fu anche un Pellegrino, che incarnò la mistica del pellegrinaggio propria dei primi gesuiti. "Pare che Fabro sia nato per non stare fermo da nessuna parte", scriveva il Segretario della Compagnia (Monumenta Ignatiana, Epistolae  I,362) . Furono migliaia i chilometri che percorse per l'Europa del suo tempo, segno della sua abnegazione, disponibilità e obbedienza. Si scopriva spesso tra "tante peregrinazioni ed esili" (Monumenta Fabri , 419-420) come un "perpetuo straniero [...] sarò un pellegrino ovunque mi conduca la volontà di Dio finché vivrò" (Monumenta Fabri, 255), una volontà alla quale Fabro si vincolava spontaneamente con il suo senso di obbedienza, riecheggiando le parole del Centurione a Gesù: "Vieni ed egli viene; vai ed egli va" (Mt 8, 9). "Solo per Lui - per Gesù - ho cambiato casa molte volte [...] non poche volte mi sono fermato in posti infetti e pericolosi per il corpo", freddo, stanchezza, intemperie, povertà... Ma Fabro seppe sempre mantenere il suo atteggiamento contemplativo: "Sia benedetto nei secoli chi ha protetto me e tutti quelli che stavano nella mia stessa situazione" (Memoriale, 286).

     

    Oggi abbiamo motivi per continuare a riconoscere in Pietro Fabro, con gioia serena, il nostro "fratello maggiore". Il suo modo di essere presente è una benedizione per noi; Fabro è memoria di umiltà e di ritorno costante alla nostra "minima Compagnia"; vicino a Fabro, ci allontaniamo dalle tentazioni di facili trionfalismi o di atteggiamenti di prepotenza. Fabro è vocazione di vita, "avendo davanti agli occhi, per primo Dio nostro Signore", cercando di compiere sempre la Sua volontà in questo Suo Istituto (Formula dell'Instituto, 1). Fabro è vocazione di cura e attenzione al Corpo della Compagnia; vocazione di dialogo e apertura incondizionata, di disponibilità obbediente e di dedizione piena di fiducia. Con Fabro vicino, il significato diventa più chiaro: "Voi me lo avete dato, a Voi, Signore lo rendo".

     

    In occasione della canonizzazione di questo umile "amico nel Signore", ancora una volta, con "vera gioia" (EE.SS. 329) e stupore riconoscente, constatiamo la vicinanza di Dio alla sua Compagnia: oggi ci testimonia la sua infinita Bontà, e ci benedice per la memoria e la presenza di Pietro Fabro tra noi.

     

    Il tempo dell'Avvento che stiamo vivendo è una chiamata ad appianare le vie del Signore e a preparare la sua venuta. Che sia Lui a darci luce per mettere in gioco il meglio di noi stessi, al servizio generoso della Chiesa.

     

    Con affetto fraterno

     

    Adolfo Nicolás, S.J.

    Superiore Generale

     

    17 dicembre 2013

    (Originale: Spagnolo)